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IL MURO

di Alessandro Mannelli 

 

 

 

Guarda, tocca quella ruvidezza; senti sotto le dita il granello di sabbia, la malta; vedi le ombre che nascono sulla sua superficie al passaggio dei raggi del sole.

Accarezzalo, il muro.

Scopri la maglia della rete che si nasconde al suo interno, che emerge talvolta, oppure s'affonda per poi tornare prepotente in superficie; addirittura divenire protagonista orgogliosa di questa ricerca nella quale si è aperta, poi richiusa; e poi ancora riaperta per farci scoprire che esiste la possibile via di fuga.

Ma il muro resiste; contiene la rete; e il muro diviene il nuovo confine.

Il muro, il nuovo orizzonte.

Il muro il tema centrale, oggi, di un percorso che riconosce nel suo “limes” non la chiusura ma la speranza di un oltre, la consapevolezza di un'architettura del mondo nel quale il muro vive con i suoi graffiti, le sue

ferite, i suoi attrezzi che l'artista/uomo utilizza alla maniera del mastro artigiano.

E i suoi colori; l'oro dei muri appassiti dal tempo, il blu profondo, e i rossi imponenti e sfacciati, i gialli lacerati e galleggianti, i bianchi sporcati dal segno della grafite che appare in trasparenze sofferte.

Forse tutto questo prelude ad una visione onirica tridimensionale, dove quei muri ricercati, trovati, rappresentati, macerati e maturati dentro l'anima e sopra la tela 'sono' confine.

Eppure quegli stessi muri sono capaci di generare al loro interno i tagli, le fenditure che divengono varchi dello spazio e nel tempo.

Di questo si nutre il percorso d'artista, e della capacità di farci intravedere un possibile futuro da dietro le reti dei nostri molteplici inganni.

Montecatini Terme , agosto 2018

 

TRANS LIMINA 

di Anna Brancolini

Ancora i consueti materiali umili e quotidiani, ricchi del sapore e del profumo di un passato filtrato attraverso il recupero memoriale; ancora gli strappi sulla iuta, metafora, forse, delle lacerazioni dell’esistenza o di varchi sperati e sognati verso un altrove indistinto; ancora quelle aperture nella rete metallica, che ci proiettano al di qua e al di là del piano spaziale dell’opera, verso il gorgo dell’abisso o un punto d’approdo salvifico.

Ma la ricerca artistica ora va al di là del concetto di soglia e supera quell’ambigua dialettica tra ordine e caos e tra costrizione e libertà su cui indugiavano, puntigliose, le opere precedenti.

Si instaura così un nuovo dialogo con la materia ed il colore: ricercata, la prima, per le sue diverse tattilità e accarezzata o graffiata come per assecondare i diversi moti dell’animo; più vario, sfaccettato e chiaroscurale il secondo, capace di evocare forme indistinte, tremuli orizzonti o mute presenze, quasi fantasmi strappati ad una dimensione lontana, mentre le superfici fremono di palpiti emotivi o di vibrazioni sfuggenti e i bagliori bizantini dell’oro sembrano suggerire traiettorie interculturali ed una rinnovata dialettica tra sacro e profano.

Rete e iuta dunque, nelle ultime opere, si pongono come sfondo, pur con le loro simbologie forti; e la ricerca verte sulle infinite plasticità di quelle sabbie, di quei grumi di cemento e di quelle paste acriliche che danno corpo e volume alle superfici e disegnano traiettorie dinamiche e spaziali molteplici, con i loro graffi, i loro segni, i loro impercettibili giochi di pieni e di vuoti che sembrano celare in sé, filtrati da labili ricordi, elementi naturalistici: le dune di sabbia, i campi arati o incolti, le onde del mare, le nuvole del cielo; elementi fermati come in istantanee sfocate e ricreati attraverso nuovi concetti spaziali che li trasportano in una dimensione altra, quasi metafisica; cosicché le opere diventano un’indagine sullo spazio assoluto, interno ed esterno, ed ogni referente, di qualsiasi segno o natura, si dissolve e svapora.

Se talvolta sembrano apparire delle forme – mute presenze o labili fantasmi, come dicevo sopra – queste hanno i contorni del sogno e dell’indistinto. Presenze e fantasmi dell’anima, senza dubbio, capaci di ricondurre qualsiasi esperienza vissuta o elemento figurale ad un linguaggio essenziale, astratto ed allusivo.

Anche il colore, questo colore che ora ricerca i blu intensi, i rossi sanguigni e, soprattutto, la luminosità dell’oro, contribuisce a sublimare ogni eco naturalistica, ogni palpito di tempo storico ed ogni frammento di spazio geografico in una dimensione totalizzante, al di là dello spazio e del tempo; ed in questa complessa totalità, apparentemente semplice e minimale, dialogano suggestioni culturali ed artistiche diverse e vengono evocate in modo suggestivo le preziosità dei mosaici ravennati e orientali, i cui tratti squisitamente bizantini, con il loro gusto del dettaglio raffinato e la loro atmosfera sospesa, si mediano con i fremiti profondi, variegati e liberi dell’anima che si affaccia sul mistero dell’io e dell’universo che quell’io contiene e giustifica.  Così in queste superfici si percepisce una nuova sacralità: quella della nostra intimità più nascosta e, insieme, del respiro cosmico che ci avvolge, dello spazio infinito che ci dà vita, di quel continuum che riassorbe ogni diversità e fa, di questa, una piccola scheggia affacciata sul mistero: esile ma preziosa traccia lasciata dall’uomo della sua presenza su questa terra.

Pistoia,  luglio 2018

Le superfici di Velio

 

Le ultime opere di Velio sono delle vere e proprie costruzioni architettoniche.

La materia,  in prevalenza cemento, è plasmata sapientemente con rilievi, aggetti, rientranze che richiamano pilastri e gronde, pareti e volte, talora sospesi o intersecati tra loro.  L’effetto della plasticità è reso ancor più pregnante dall’utilizzo del colore che si armonizza con la materia sottostante o la fa risaltare, quasi a sfidarla in una vera e propria competizione.

Di questa produzione colpiscono due elementi: la forza catturante degli elementi architettonici quasi balzanti fuori e la veemenza dei graffi e delle sbavature, misurati e studiati ad evocare affreschi e dipinti di stanze dimenticate.

La povertà dei materiali sembra essere mirabilmente portatrice di strutture composte e colori graffiati che richiamano muri devastati dal tempo, come a voler significare il deterioramento ogni opera umana.

Muri vecchi, scoloriti, intonachi scrostati e corrosi queste sono le immagini che evocano le opere di Velio, da cui trapela, forse, anche una intrinseca tristezza che però l’artista smorza mirabilmente con quei bagliori dorati e le puntinature a mosaico che fanno vibrare di luce tutta la superficie.

Laura Cappellini, febbraio 2019

 

 

 

AD LIMINA

di  Anna Brancolini 

 

C’è una riduzione all’essenziale in questi lavori:  superfici lignee ricoperte da una semplice rete metallica a maglie variabili, fermata con colla a caldo. Colori puri misti a sabbia o paste acriliche neutre o cemento/colla che accarezzano queste superfici e queste reti creando tattilità diverse, vibranti, chiaroscurali.

I colori sono pochi e ricorrenti: il nero della notte, il blu delle profondità del mare, il giallo luminoso del sole e dei campi di grano, il bianco dalle valenze ambigue, reso pulsante da brillanti inserti dorati e presente anche sulla iuta di altri pezzi, sempre caratterizzati da contrasti cromatici e dalla dialettica di luci e di ombre tra spazi sovrapposti.

L’esito sono opere piene di fremiti, dinamiche nella loro apparente staticità e nel loro ricorso a moduli geometrici, sempre corrosi tuttavia da qualcosa di imperfetto: uno strappo sfilacciato nella iuta, un taglio irregolare nella rete, con il protendersi delle maglie verso altri piani spaziali, con tentazioni volumetriche.

Un’allusiva ambiguità avvolge queste forme plastiche che sembrano esprimere le multiformi valenze del concetto di limen: soglia, ma anche limite e confine e, ancora, linea di partenza e dunque inizio e principio. Traiettoria verso un altrove sfumato e incerto, pauroso e rassicurante al tempo stesso: il limen – si noti -  è anche la casa, il porto sicuro, pascolianamente il nido.

Dunque la rete esprime il senso di chiusura e costrizione o è una sorta di gabbia protettiva per fermare emozioni e ricordi e sottrarli allo scorrere inesorabile del tempo e all’oblio?

Gli strappi alludono alle tante lacerazioni della vita, sono il montaliano anello che non tiene oppure il varco verso l’altrove, la fuga salvifica, la metafora della libertà o il porto rassicurante di un approdo però mai definitivo e definito?

Forse tutto questo insieme, in queste superfici dallo status incerto, percorse da tremuli orizzonti o tramate di vibranti aneliti di fuga verso l’alto, su, nel cielo.

Alla terra, con tutto il suo carico di vissuto, ci riportano i graffi sulle colle, sulla sabbia e sui colori pastosi, quei graffi che sembrano scrivere una storia intima e nascosta, personalissima, ed evocano anche il fascino lontano di muri diroccati o scrostati, rigati dalle esperienze della vita sommersa e anonima di generazioni.

Visioni della mente e del cuore, evocazione nostalgica e composta di qualcosa di perduto, a livello individuale e collettivo, a cui fanno senza dubbio riferimento i materiali poveri – la rete, la iuta – non a caso inizialmente di recupero: quei materiali che, quasi con pudore, rimandano all’antica sapienza artigianale del territorio ed al calore espresso dalla mano dell’uomo.

D’altra parte le opere di Ferretti non sono né casuali né improvvisate: saldano strettamente una manualità vissuta senza riserve con la lucida consapevolezza razionale di un progetto che ha ben chiaro il gioco delle simmetrie e degli equilibri formali, cromatici e prospettici delle composizioni.

Così ragione e sentimento si uniscono in queste opere pluriverse e sinestetiche che sollecitano più piani sensoriali con i loro fremiti luminosi e materici e sembrano nascere veramente dal profondo per immergersi nel profondo, alla frontiera di una dimensione indistinta: traccia misurata e discreta della propria interiorità ed anche velata e suggestiva metafora dell’Uomo Errante alla perenne ricerca di sé e di  porti mai definitivi.

 

Sempre ad limina, appunto.

 

Pistoia,   Aprile 2018

 

 

VERSO L’ALTROVE

  di Federico Napoli

 

 

Nella pittura di Velio Ferretti, le forme geometricizzate nei paesaggi  di molti anni  fa, le intensità cromatiche, l’articolazione degli spazi, i segni che contribuivano alla composizione descrittiva, la stessa sintesi generale, alla lunga sono apparsi  agli occhi dell’autore un luogo troppo preciso e descritto ed è sopraggiunta in lui la necessità di un altrove.

Instaurando un  processo di conoscenza e di raffronto con materiali diversi, Ferretti in questi ultimi tempi sempre più ha percorso la strada del distacco fra forma e contenuto, inevitabilmente sopraggiunto  nel processo creativo, andando oltre nell’espressività delle proprie composizioni. Così, oggi  ci troviamo di fronte ad una serie di “interni” personali che si riconoscono come spazio vitale; scompaiono altresì i riferimenti oggettivi, in favore di un insieme di allusioni che non narrano, ma rivelano l’atteggiamento personale dell’autore. Dunque,  dal 2015, Ferretti nella sua produzione artistica è passato dal “fuori” al “dentro”, cioè il quadro ha perso  la componente   rappresentativa, proponendo ora una maggiore riflessività e spostando l’attenzione dall’oggetto al soggetto. Ovvero, l’opera mostra verità personali dell’animo,  che per altro l’autore può solo cercare di identificare: essa è un’eco, in cui si rintracciano trepidazioni e fremiti, ansie e speranze.

Come soggetto, le opere di questi ultimi anni prevedono una visione d’insieme che partendo da un’ideale e materiale  ingabbiatura,  allusiva a una situazione di segregazione prigionia costrizione e impedimento di visuale - “… questa siepe, che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude …” (Giacomo Leopardi, “L’Infinito”)  - , approdano ad una breccia apertasi in questo spazio chiuso attraverso la quale fuggire, trovandosi così di fronte ad uno stato d’animo alimentato dalla speranza, che va però soddisfatta tramite un complesso e per questo incerto cammino.

Formalmente, la gabbia prevedere l’affiorare dalla massa cromatica di una struttura metallica che può essere squarciata e che quindi fa intuire un sentimento  di speranza. Materialmente,  le opere vivono di una rete affogata nel colore (spesso  scuro, ma non sempre), dove la struttura poligonale degli elementi costitutivi entra in dialettica con la dimensione rettangolare e  regolare  della superficie di lavoro: gli strappi   sono sottolineati  da un colore chiaro - ma non di rado la situazione si inverte -, instaurando un dialogo fatto di azione,  di luce, di profondità prospettica. Ferretti  mantiene l’attenzione sul proprio  mondo interiore e la composizione,  non essendo né centralizzata né presupponendo come necessaria una precisione di segno, risulta essere maggiormente emotiva. Di conseguenza, il segno  ed il gesto si pongono in rapporto con la materia e con la sua stessa manipolazione; d’altra parte, senza il supporto rincuorante degli elementi compositivi accademici, qui sostituiti da una corposa superficie materica realizzata con gessi stucchi collanti sabbia e la stessa rete metallica, distesi su superfici di tela legno o juta, pur senza questi riferimenti tradizionali l’autore raggiunge egualmente improvvisi squarci di luce - libertà - speranza. I suoi sono luoghi chiusi,  da cui evadere per trovarsi in spazi nei quali permane un senso di occlusione,  per liberarsi del quale è necessario intraprendere un lungo frammentato cammino, punteggiato  da  un  insieme  di  segni  assunti  a  simboli  nel  linguaggio  di  Ferretti,  dove  nodi e incroci  alludono  al difficile incedere del viaggio.

Striature sulla superficie pittorica e inclusioni geometriche di reti metalliche danno corpo a un tattile dualismo di luci e ombre e una vaga incerta linea orizzontate prelude ad una  speranza, comunque difficile da gestire. Pertanto, ci troviamo di fronte a un mondo creativo strettamente personale:  “Lasciate che le porte sussurrino, la gente del mondo percorre i corridoi e non ascolta” (Ray Bradbury, “Viaggio in Messico”).

Ma,  anche se il contesto è drammatizzato, sulla superficie di lavoro di queste elaborate e sofferte tecniche miste permane un ordine controllato, quasi che l’autore  volesse proporre o comunque mostrare con maggiore forza e chiarezza una possibile via di liberazione, per altro incerta nei suoi stessi esisti.

Dipingere, così, diventa una ricerca esistenziale, con uno scopo non narrativo né un sapore metafisico, ma  di impegno personale, quasi umanistico, perché stretto attorno all’uomo:  pur di fronte a una realtà aspra, c’è il gesto liberatorio dello strappo che supera i limiti e conduce oltre come in una scommessa,  verso la speranza di  un altrove. 

 

Velio Ferretti è in cammino.

 

  Firenze, luglio 2017

 

 

Alessandro Mannelli

Un Racconto

 

 

Il tempo che passa

“Forse è proprio vero che ciascun uomo porta scritto nel proprio sangue la fedeltà d'una voce e non fa che obbedirvi, per quante deroghe l’occasione gli suggerisca”

Gesualdo Bufalino “ L’uomo invaso”

Il guardiano delle rovine

 

     Arriva un momento in cui prepotenti tornano i sussulti di antichi pensieri; arriva un momento in cui maturano i fondi sopiti, le lacrime dell’animo si liberano/librano nell’aria.

     Arriva un momento in cui i sensi che ci hanno accompagnato fanno riconoscere i più sottili profumi, le più morbide – o aspre – superfici,  i più ricercati sapori,  le più dolci – o aspre – melodie.

     Arriva un momento in cui si riesce a contattare senza paura il sé profondo e lo si guarda con rispetto, amore ma anche con lucida consapevolezza.

Conoscenza uguale a consapevolezza, forse. Oppure il contrario. Da questo confronto/scontro nasce un variegato senso del pudore che ti porta a disconoscere, talvolta, la tua stessa natura; ma anche a valutarti, come se uno specchio a dimensione d’uomo riferisse di una persona che solo ti assomiglia, ma non sei proprio tu, quel tu che pensavi di conoscere.

     L’esercizio della vita insegna a competere con se stessi ma il retrogusto è quello di una queta armonia con il proprio vissuto, con la propria storia.

 

Una vocazione

     L’arte,  ogni espressione artistica è traccia evidente e ineludibile di questo percorso e dei suoi esiti. E Velio ha vissuto; e il suo vissuto porta le tracce, evidenti e ineludibili, di quanto ognuno “porta scritto nel proprio sangue…”.

     I primi esiti del suo percorso intellettuale, della sua espressione di uomo artista appartengono ad un passato lontano; ma si ricollegano in modo impressionante/evidente agli esiti ultimi. E’ proprio in questi esiti che è possibile leggere una riduzione all’essenziale, una poesia della vita reale trasferita sulle superfici ruvide e aspre che l’artista esalta nelle ultime opere.

Velio rinasce, novella araba fenice, ogni qualvolta da uomo trasferisce sulle “tele” le tensioni percepite, i percorsi tentati e/o immaginati. E’ un passaggio obbligato; appartiene a tutti coloro che vivono e convivono con il fuoco dell’arte, spesso anche sopito e/o  mascherato da attività altre, lontane, diverse.

Velio rinasce; e la sua nuova vita è percorsa da fremiti che lo portano in terreni inesplorati.

 Velio rinasce e la sua vocazione marcia lungo strade che appartengono anche ad un passato diverso, ma nei  pezzi che si ricompongono, nelle reti che imbrigliano i ricordi, nelle superfici ruvide e sapientemente amalgamate ai fondi di profondi rossi e di bruni e d’oro si rileggono esperienze legate a geometrie di comportamenti operativi, di gestioni della risorsa uomo, di capacità e volontà relazionali che appartengono all’uomo, cosciente metafora dell’artista che sopravvive, resiste ed esce finalmente vincitore.

Ma andiamo per piccoli passi.

 

La ricerca

     All’inizio è stato il trionfo del colore, dei colori, soprattutto i gialli e i rossi, con campiture delimitate da una ragnatela di “percorsi” , quasi ad identificare una ipotetica mappa mentale (forse una mappa del percorso di vita?).

     Una sinfonia di note con i sensi allertati per cogliere i profumi ed i sapori della ricerca di una nuova via/vita.

     Come in una esistenza rivissuta, attraverso le tele si sono condensate le ricerche coloristiche; i pensieri si sono raggrumati. Hanno preso forma, matericità e sintesi i rossi; i gialli sono diventati soli, squarci d’oro.

                                                                                 “...cerca una maglia rotta nella rete

che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!...”

E. Montale ,  In limine , da  “Ossi di seppia”

 

Prepotente la consapevolezza del dolore, la lettura del dolore;  prepotente e liberatorio è arrivato lo strappo nella maglia della rete, ed il sole, spiraglio di luce salvifica, momento della gioia ritrovata, la gioia della vita che vince.

     La rete, ora a maglie piccole, ora a maglia grande, ora una micromaglia quadrata, si è impastata con la materia del sottofondo; poi si è aperta; lo strappo ha il significato dell’uscita dalla sofferenza?

     Non dobbiamo chiederlo a chi lo ha vissuto, a chi ce lo propone.

     Velio non risponderebbe; i suoi pacati silenzi lascerebbero il dubbio all’interpretazione di ognuno.

     E’ vero. Ciascuno può leggere la propria storia in quei pezzi di profondi rossi, in quelle tele dove l’oro o il bruno campeggiano per aprirsi poi ad un taglio verticale o orizzontale dove il bruno, il nero e l’oro stesso separano il ‘mondo’ in due universi.  E i due universi sembrano rispecchiarsi come in alcune delle ultime opere dove i quasi bianchi creano l’effetto di un nuovo orizzonte; forse una nuova frontiera della ricerca; forse un nuovo approccio, una diversa consapevolezza, una strada per chi ha superato le maglie della ‘rete’ e naviga libero nel mare di nuovo mondo.

Alessandro Mannelli,  ottobre 2016