TRANS LIMINA 

di Anna Brancolini

Ancora i consueti materiali umili e quotidiani, ricchi del sapore e del profumo di un passato filtrato attraverso il recupero memoriale; ancora gli strappi sulla iuta, metafora, forse, delle lacerazioni dell’esistenza o di varchi sperati e sognati verso un altrove indistinto; ancora quelle aperture nella rete metallica, che ci proiettano al di qua e al di là del piano spaziale dell’opera, verso il gorgo dell’abisso o un punto d’approdo salvifico.

Ma la ricerca artistica ora va al di là del concetto di soglia e supera quell’ambigua dialettica tra ordine e caos e tra costrizione e libertà su cui indugiavano, puntigliose, le opere precedenti.

Si instaura così un nuovo dialogo con la materia ed il colore: ricercata, la prima, per le sue diverse tattilità e accarezzata o graffiata come per assecondare i diversi moti dell’animo; più vario, sfaccettato e chiaroscurale il secondo, capace di evocare forme indistinte, tremuli orizzonti o mute presenze, quasi fantasmi strappati ad una dimensione lontana, mentre le superfici fremono di palpiti emotivi o di vibrazioni sfuggenti e i bagliori bizantini dell’oro sembrano suggerire traiettorie interculturali ed una rinnovata dialettica tra sacro e profano.

Rete e iuta dunque, nelle ultime opere, si pongono come sfondo, pur con le loro simbologie forti; e la ricerca verte sulle infinite plasticità di quelle sabbie, di quei grumi di cemento e di quelle paste acriliche che danno corpo e volume alle superfici e disegnano traiettorie dinamiche e spaziali molteplici, con i loro graffi, i loro segni, i loro impercettibili giochi di pieni e di vuoti che sembrano celare in sé, filtrati da labili ricordi, elementi naturalistici: le dune di sabbia, i campi arati o incolti, le onde del mare, le nuvole del cielo; elementi fermati come in istantanee sfocate e ricreati attraverso nuovi concetti spaziali che li trasportano in una dimensione altra, quasi metafisica; cosicché le opere diventano un’indagine sullo spazio assoluto, interno ed esterno, ed ogni referente, di qualsiasi segno o natura, si dissolve e svapora.

Se talvolta sembrano apparire delle forme – mute presenze o labili fantasmi, come dicevo sopra – queste hanno i contorni del sogno e dell’indistinto. Presenze e fantasmi dell’anima, senza dubbio, capaci di ricondurre qualsiasi esperienza vissuta o elemento figurale ad un linguaggio essenziale, astratto ed allusivo.

Anche il colore, questo colore che ora ricerca i blu intensi, i rossi sanguigni e, soprattutto, la luminosità dell’oro, contribuisce a sublimare ogni eco naturalistica, ogni palpito di tempo storico ed ogni frammento di spazio geografico in una dimensione totalizzante, al di là dello spazio e del tempo; ed in questa complessa totalità, apparentemente semplice e minimale, dialogano suggestioni culturali ed artistiche diverse e vengono evocate in modo suggestivo le preziosità dei mosaici ravennati e orientali, i cui tratti squisitamente bizantini, con il loro gusto del dettaglio raffinato e la loro atmosfera sospesa, si mediano con i fremiti profondi, variegati e liberi dell’anima che si affaccia sul mistero dell’io e dell’universo che quell’io contiene e giustifica.  Così in queste superfici si percepisce una nuova sacralità: quella della nostra intimità più nascosta e, insieme, del respiro cosmico che ci avvolge, dello spazio infinito che ci dà vita, di quel continuum che riassorbe ogni diversità e fa, di questa, una piccola scheggia affacciata sul mistero: esile ma preziosa traccia lasciata dall’uomo della sua presenza su questa terra.

Pistoia,  luglio 2018